Ascoltare il nostro ascolto*
di Gary Whited
Traduzione di Pina Piccolo
L’estate scorsa ero seduto in cima a Hurricane Point, con vista su Silver Lake, nella parte centrale dello stato del New Hampshire. Il rumore del vento che fischiava tra i radi alberi sparsi sulla ripida collinetta si mescolava al ronzio di un motoscafo in lontananza, poi di un altro ancora. La scia delle imbarcazioni andava a sbattere a riva, ai piedi della collina, e ne sentivo ripetutamente lo schiocco, finché non si fu acquietato. Da qualche parte, registrata nel profondo della memoria, sentii il fruscio del vento nella prateria: aveva un suono diverso da quello qui tra gli alberi e sull’acqua.
Ognuno di noi possiede una storia tutta sua relativa all’ascolto. Ha una sua genesi in un luogo specifico e poi viaggia e si evolve da quel luogo e da quel tempo fino ad oggi. Se ci poniamo in ascolto, possiamo sentire la storia del nostro ascolto, e ognuna delle nostre storie sarà diversa da quella di tutti gli altri. Mentre leggete questo articolo, pensate a dove ha avuto inizio la vostra storia.
Un temporale sembrava addensarsi su Silver Lake e notai che l’aria si oscurava e si sentiva l’odore della pioggia. Per un po’ il vento cessò, non passarono barche, ma le mie orecchie e tutto il mio corpo restarono tesi in ascolto. Mi chiesi: “Ma smettiamo mai di ascoltare? Ho sentito dire che l’udito è l’ultimo senso a fermarsi quando una persona è in procinto di morire. Forse il nostro ascolto continua ad andare avanti fino alla fine, fino al limite del respiro. Forse osa avvicinarsi a qualsiasi cosa, a qualsiasi confine, a qualunque precipizio. Quando sento parti di me in preda allo spavento, o che sono felici o tristi per quello che sento, l’ascolto continua ad attraversare il tutto nella sua interezza, divenendo veicolo che mi consente di viaggiare in ciò che mi è esterno come pure al mio interno.
Considerando la mia vita a ritroso e arrivando fino al suo inizio, riconosco che il mio ascolto ha preso la sua prima forma grazie a ciò che mi circondava nella prateria in cui sono cresciuto, grazie alla moltitudine di voci del vento, da quella tranquilla della brezza alla raffica feroce, alle voci di tutte le creature che vivevano lì e che sono diventate le mie prime guide. Da ragazzo, camminando per i pascoli, questo è ciò che sentivo:
The Cow Path
It happened the first time
on the dirt cow path
when I walked
behind the milk cow,
evening chore-time light
gliding across Shadwell creek
now shadowed for the night.
When I stood still,
that hum
no one ever talked about, coming
from the earth, moved
up my legs
into my hips, turning
this body into sound.
Light flared yellow,
gathered around haystacks,
fenceposts,
the cow and me.
Il sentiero delle mucche
Accadde la prima volta
sul sentiero sterrato delle mucche
camminando
dietro la mucca da latte,
luce serale da incombenze della fattoria
che scivolava sul torrente Shadwell
ora ombreggiata per la notte.
Una volta fermo,
quel ronzio
di cui nessuno aveva mai parlato, che arrivava
dalla terra, si mosse
su per le mie gambe
nei miei fianchi, trasformando
in suono questo corpo.
Giallo bagliore di luce
raccolto intorno ai pagliai,
ai pali di recinzione,
alla mucca e a me.
Scrivere questa poesia ha riaperto il mio ascolto alla prateria. Ricordare il ronzio della terra che entrava nel mio corpo mentre mi venivano in mente questi versi è diventato una modalità di ascolto vero e proprio, riportandomi in dono questo ronzio una seconda volta.
Il luogo particolare di questo pianeta che ha plasmato l’ascolto in ognuno di noi si trova all’interno di uno spazio più grande che abitiamo collettivamente e che gli antichi chiamavano cosmo. Siamo circondati, toccati da ogni lato non solo dal nostro pianeta Terra, ma da tutto il resto del sistema solare, dalla nostra galassia e tutto ciò che ne sta al di fuori, a prescindere da qualunque cosa essa sia, sia ciò che conosciamo come pure ciò che ci è ignoto. Tutto ciò plasma sia noi che il nostro ascolto in innumerevoli modi. Tutto quello che esiste in quelle distanze arriva in nostra direzione e ci offre il suo segnale, a prescindere se siamo in grado di nominarlo o meno. Non posso che immaginare che un “ronzio” più intenso di quello proveniente dal solo pianeta Terra arrivi verso di noi sempre e in ogni momento.
Riflettendo sulle mie esperienze nella prateria, dove le cose e le persone mi arrivavano in modo tattile e viscerale, mi piace pensare che, nella sua natura essenziale, l’ascolto sia vicino al tatto. Invita a entrare in noi qualsiasi cosa si spinga in nostra direzione attraverso qualsiasi organo di ricezione che offriamo. Può essere l’orecchio che offriamo alle parole pronunciate da una persona, ascoltando la sua storia. Può essere il cuore che offriamo allo sfogo del dolore di un altro quando ci racconta la sua perdita. Può essere la mano che tendiamo in risposta alla richiesta altrui di aiuto, la nostra mente che riceve l’impronta dell’idea di un altro o l’intero corpo che riceve l’invito di un amante.
Sebbene il più delle volte pensiamo all’ascolto come all’esperienza del suono che atterra nella nostra capacità uditiva, nella sua essenza l’ascolto è ricettività, e noi riceviamo in molti modi. Lo dimostra il fatto che i non udenti trovino altri vettori per l’ascolto che vanno oltre al sistema uditivo.
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È nella chiamata e risposta tra coloro che partecipano allo scambio e lo co-creano che avviene l’ascolto. Quando sboccia l’ascolto, emerge un “qualcosa” di terzo che trasporta chi chiama e chi risponde lungo il percorso che fanno insieme, scambiando chiamata e risposta avanti e indietro. Quando si accende e si ravviva, lo scambio diventa una specie di fuoco le cui fiamme si protendono verso tutto ciò che offre qualcosa da ascoltare, e tutto offre qualcosa.
Non occorre fare niente. L’ascolto è la risposta più naturale che offriamo a qualsiasi essere o creatura del cosmo che ci chiami a suo modo. Il serpente a sonagli chiama facendo rumore con la coda squarciando il silenzio intorno al suo lungo corpo arrotolato dentro al cespuglio quando gli passiamo accanto. Noi rispondiamo spaventandoci e allontanandoci dal pericolo. Il fiume ci chiama con il suo mormorio e noi rispondiamo recependo la sua chiamata con le nostre orecchie ed emozionandoci al dolce e fervido sussurro lungo le sue sponde. Un’altra persona ci chiama chiedendoci di passare il sale, o con una richiesta di aiuto o di ascolto della sua storia. Noi rispondiamo con le orecchie, le mani, la pancia e il cuore, toccando o segnalando la nostra disponibilità a essere in qualche modo toccati.
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Quando il nostro ascolto si apre davvero, quasi sicuramente saremo trasportati verso qualcosa che ancora non conosciamo. Se crediamo di sapere cosa ci aspetta, siamo meno aperti. Se abbracciamo il non sapere, potremmo diventare consapevoli di un silenzio interiore, di un’assenza di preconcetti. Non ‘ascoltando’ ciò che già pensiamo di sapere, potremmo entrare in una quiete in cui sperimentiamo ciò che Eraclito, l’antico filosofo greco, ci esortava a fare quando diceva: “Se non ti aspetti l’inaspettato, non lo troverai”.
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Ma che dire delle volte in cui il nostro ascolto fallisce? Quando non riusciamo ad ascoltare l’altro o distogliamo la nostra attenzione da ciò che l’altro sta dicendo, cosa succede? Cosa manca? E che dire di tutto il tempo che trascorriamo a sentire le notizie sulla distruzione del nostro pianeta a causa delle nostre abitudini consumiste? Le stiamo veramente ascoltando se continuiamo a precipitarci verso la devastazione ambientale con tutte le sue conseguenze? Se è così naturale e facile aprirsi a ciò che ci circonda, come mai a volte l’ascolto sembra chiudersi o subire distorsioni?
Mi azzardo a ipotizzare questo. Il nostro ascolto viene plasmato in modi che lo limitano, che lo deformano intorno a una particolare convinzione, a un’aspettativa, a un ordine del giorno o a una vecchia ferita che ci portiamo dentro. In questa situazione, l’ascolto diventa protettivo. Si chiude proprio su quegli argomenti che una parte di noi cerca di allontanare per via di sensazioni o pensieri indesiderati. Questo accade sia a livello individuale che collettivo. La nostra cultura, il nostro patriottismo, il nostro orientamento religioso o scientifico, la persuasione politica, le agende personali, i traumi storici, tutti questi elementi modellano e limitano il nostro ascolto. Lo vediamo nelle lotte odierne a livello mondiale, nel Medio Oriente dilaniato dalla guerra o in Ucraina, nella lotta per proteggere l’ambiente, in tutte le situazioni in cui scoppia un’attività intensa e polarizzata in assenza di un ascolto aperto e reattivo.
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A volte, però, si presenta con sfumature meno eclatanti degli esempi delineati sopra. Perfino l’obiettivo di aiutare qualcuno può limitare il nostro ascolto, trasformandolo in strumento che cerchiamo di maneggiare piuttosto che un vaso aperto pronto a ricevere la chiamata dell’altro. Questo lo vedo anche nel mio lavoro: pratico la psicoterapia e a volte il mio desiderio di aiutare i miei clienti influenza le mie modalità di ascolto. Quando mi considero uno strumento di cura, sono meno efficace come guaritore. Ho imparato che se c’è qualcosa da fare per migliorare il mio ascolto, è ascoltare con empatia e curiosità proprio quegli argomenti che mi trovano vulnerabile e protettivo e dove potrebbe essere pronta ad aprirsi qualche porta.
In this Body
There are rooms
that close their doors.
Years pass
and a breeze moves through.
Maybe it was the look of that man
with red hair and heavy hands,
or the woman crossing the street
with the soft fingers
and far away stare.
A door blows open slightly,
the hinges barely agree.
Behind that door
there’s a small child
who wants you
to call him by name.
In questo corpo
Ci sono camere
che chiudono i battenti.
Passano anni
e si intrufola una brezza.
Forse è stato lo sguardo di quell’uomo
dai capelli rossi e dalle mani pesanti,
o la donna che attraversa la strada
con le dita morbide
e lo sguardo distante.
Una porta si schiude,
le cerniere si spostano a malapena.
Dietro quella porta
c’è un bambino
che vuole essere
chiamato per nome da te.
Nel mio lavoro di psicoterapeuta, il mio primo compito quando entro in relazione con i clienti è quello di prestare costantemente ascolto al mio ascolto. Il mio compito successivo è quello di guidare i clienti verso l’ascolto del loro, per aiutarli a scoprire in quali punti potrebbe essere bloccato ma pronto ad aprirsi, pronto a ricevere la chiamata da una parte di loro spaventata o che si sente sola, che reclama di appurare la presenza di qualcuno, finalmente, pronto ad ascoltarlo.
Il mio approccio ad ogni seduta è di cercare di ricordare che potrei affrontarla come se si trattasse di una poesia mai sentita prima, che voglio ascoltare rispettando i suoi termini, rimanendo aperto alla sua voce e a ciò che potrebbe rivelarmi. Quando il mio ascolto come terapeuta si apre in tal senso, sento che mi sto avvicinando di più al cliente, notando sottili cambiamenti nel tono, nello sguardo, nella postura; seguo la storia di questa persona mentre si sviluppa attraverso la voce e il corpo. Approfondendo la curiosità mi sento guidato verso ciò che è pronto a rendersi noto, a rivelarsi.
Quando un cliente risponde all’invito, possiamo dire che il terapeuta e il cliente continuano ad essere e cessano di essere tali nel contempo. Sebbene a volte io possa essere la guida, ciò che accade realmente è che due persone si ascoltano a vicenda, sono testimoni l’una dell’altra. Quando si verifica questa situazione si tratta di un evento di grande spessore, e nessuno dei due esce dalla seduta uguale a quando vi è entrato. Qualcosa ci ha chiamati verso quel confine in cui il nostro sapere entra in contatto con il nostro non sapere, ci apre all’inaspettato di fronte al quale è probabile che ci sentiamo vulnerabili, emozionati o entrambi. Se continuiamo ad ascoltare, iniziano ad emergere parti di noi che forse non sono mai state ascoltate e ciò che rivelano ci guida lungo il cammino. Questa è anche la situazione in cui, qualora dovesse mai accadere, è probabile che riceveremo una sorta di guida da fonti per le quali non abbiamo nomi, almeno non ancora.
Questo vale al di là del dialogo psicoterapeutico, per i Paesi in pace o in guerra, per i genitori e i figli, per le relazioni di ogni tipo e per tutti noi insieme nella lotta per salvare il nostro ambiente naturale. Ascoltiamoci l’un l’altro e ascoltiamo ciò che dice il fiume, ciò che dice l’albero, il cielo e il campo, tutto quanto.
In ogni dialogo la testimonianza nasce dall’ascolto del nostro ascolto. Questo potrebbe essere il più profondo agente di cambiamento di cui disponiamo come esseri umani che comunicano, soffrono, piangono e ridono, che si offrono di viaggiare con un altro verso luoghi ancora ignoti. Alcuni versi di una poesia di Rumi parlano di questo:
“Parlare può essere dolce. Nei tuoi occhi può fiorire
un campo quando si condividono le parole con la persona giusta. …
Trova delle orecchie che amino il tocco del tuo
suono, e tu del suo”.
Questo è ciò che abbiamo da offrire l’uno all’altro, niente di più e niente di meno. Il nostro ascolto autentico e aperto rivela più di ciò che sostanzialmente siamo, ognuno di noi verso noi stessi e verso l’altro. È un’offerta profonda, feroce e che ci chiede tutto.
* pubblicato su The Wayfarer. Numero di primavera 2015

