Per una pedagogia aliena. Nota a Il dio di Norimberga 

di Alessandro Baldacci.

Il dio di Norimberga (peQuod, 2023) nasce dal tentativo di seguire alcune fantasie sull’infanzia (che ovviamente non sono l’infanzia) per perdersi e ritrovarsi al loro interno, confidando nella funzione epifanica di un continuo “eccesso di surrealtà”. Il libro punta a una agitazione/ricombinazione quasi ottusa di scorie del dionisiaco, sentendo in modo esasperato il risvolto opprimente di ogni lingua. Tutto accade dentro un mondo fiabesco e spettrale, per portare avanti una ricerca personale che vuole evitare però a ogni costo depistaggi autobiografici.  L’infanzia colpita, ferita, o semplicemente esposta a paure che sono ancestrali,  è per certi versi l’unico interlocutore, l’unica garanzia di questi testi, per la sua capacità di svolgere, sorprendentemente quanto prepotentemente, una funzione fraterna, se non paterna, o addirittura, per usare un terribile neologismo, “padreternica”, capace cioè di offrire, quasi sottobanco, una insperata e inattesa prospettiva per prendersi cura di noi, della nostra solitudine e impotenza, inventando alleanze impensabili, quanto irrinunciabili, fra vita e senso, fra scrittura e non-senso. Volevo in un certo senso approfondire una idea di infanzia come pianeta alieno, come movimento di fuga dal cielo e dalla terra che finisce però per fare luce, senza volerlo, sullo spettro di una terza guerra mondiale che mi pare farsi di giorno in giorno sempre più sconcertante e concreto. A guidarmi, con “spinte allucinatorie”, sono “micro-apocalissi” che cercano di rapportarsi a una verità non discorsiva, enigmatica e impenetrabile come gli occhi di un gatto o di un neonato. Ho cercato perciò di lavorare a una sorta cortocircuito produttivo fra inermità e potenza (anche come onnipotenza della fantasia infantile), fra filastrocca e farsa, fra straniamento e ricerca di sé. All’interno di ogni componimento ritorna l’ombra distorta, spettrale, ma incancellabile, di Kaspar Hauser, il ragazzo apparso praticamente dal nulla in una mattina del 1828 al centro di una piazza di Norimberga. Il suo arrivo nella città tedesca mi è parso l’incontro/scontro di una presenza “extraterrestre” con la furia dei cittadini che circondano, irridono e costringono Kaspar a recitare sotto il tendone di un circo degli orrori, di un crudele spettacolo da fiera, e alla fine lo uccidono, come se si trattasse di un insetto da schiacciare. La sorte di questo Kaspar si è poi subito connessa all’agire, di segno completamente opposto, proprio del giovane dio vendicativo e devastatore delle Baccanti di Euripide. A partire da questa compenetrazione di universi apparentemente sconnessi uno dall’altro, ho provato ad allacciare la vita offesa del piccolo Kaspar alle manifestazioni violente (a volte protettive a volte decisamente più prossime ad un demonismo minaccioso e spietato) di Dioniso e delle sue baccanti, per una festa/mischia fra gioco e panico, fra innocenza e vuoto. È nata così ad esempio la sequenza di doppie quartine intitolata Norimberga cui è affidato il movimento di apertura del libro. La sequenza che più intensamente prova a dialogare con quella di apertura, per quanto collocata su distanze che non possono essere scorciate di un millimetro, di una unghia, è quella in cui viene riconvocato il ricordo della morte di Alfredo Rampi, il bambino caduto in un pozzo artesiano nel giugno del 1981 a Vermicino, nei pressi di Frascati. Sentivo che non era possibile posizionare oscenamente lo sguardo troppo in prossimità di quella tragedia, per questo il vero protagonista di questa sequenza è da un lato un bambino-ombra, di nome Sasha, che segue il tutto alla televisione, e dall’altro la società italiana di allora nel suo insieme, che, poco importa se in modo colpevole o innocente, si raccolse, in modo spesso impudico, osceno, attorno a quel pozzo trasformando il dramma in un carosello, in un carnevale dell’incubo. Se inimmaginabile e indescrivibile è la condizione di quel bambino che agonizza in TV, che muore sotto i piedi di tutti, scandaloso, sino al desiderio di una sorta di giudizio universale immediato, è il voyeurismo della nazione e dei mezzi di informazione che diedero vita ad una macabra diretta, che a me pare non sia ancora finita. Spesso appaiono in questi testi degli ufo che in qualche modo, a mio avviso, portano con sé (anche) il senso della poesia stessa, per come riesco a percepirla ed esprimerla io, per come mi si manifesta quando provo a scriverla: una “alterità assoluta”, per certi versi anche reietta, restia al gioco fra domestico e spaesamento dell’Unheimlich freudiano. Del perturbante da sempre mi attira unicamente la dimensione di pura inquietudine, la scoria, un qualcosa di svincolato (dionisiacamente) dalla dialettica fra domestico e spaventoso, nostro e di nessuno. La Heim della poesia a mio avviso infatti si trova sotto le acque straniere dell’oceano alieno e bambino intorno a cui Lem ha costruito il suo Solaris. In definitiva Il dio di Norimberga vorrebbe essere una ricerca in qualche modo legata al senso di panico come fondamento ancestrale del segno e dell’umano. Allo stesso tempo in poesia mi pare che mai tutto torni secondo progetti, disegni precisi. Un libro deve portare e portarsi fuori orbita, mettersi da solo in discussione, rovesciarsi. In tale ottica nella parte finale, intitolata Oppure, ho cercato anche di fare i conti con l’idea, sempre più ossessiva, man mano che scrivevo, che questo libro nato alla ricerca della voce di Kaspar Hauser, potesse essere visto, al di là di ogni coerenza temporale, come una costruzione-incubo del “ragazzo dell’Aveyron”, chiamato Victor. Victor muore a Parigi lo stesso anno in cui Kaspar appare, come un ufo, a Norimberga. Ho immaginato dunque fra i due un passaggio di testimone che, in qualche modo, alimentasse un “contro-discorso” circolare, inesauribile, per denunciare la “illeggibilità del mondo” così come le caratteristiche di una storia dell’infanzia minacciata dal rischio autoritario di ogni pedagogia. Contestando il linguaggio, dentro continui “eccessi di assurdo” ho provato a indicare la possibilità (e il sogno) di una pedagogia altra, in un certo senso “aliena”. Per dare una ulteriore idea di come questo libro procede, forse, può essere utile soffermarmi in conclusione sulla sequenza intitolata Nella pineta, che fa riferimento a una località di mare nei pressi di Roma, dove sono stato scosso dalla disperazione di una persona che camminava, goffa e sconvolta, in preda ad una angoscia spaventosa e lancinante, che mi sembrava indicare a tutto il marcio di ogni consolazione.  Poco distante si svolgeva all’aperto una funzione religiosa per i vacanzieri che erano al mare per passare i giorni di ferragosto. A partire da questa esperienza, in cui mi è sembrato di toccare con mano una sorta di reincarnazione di Kaspar Hauser, si è sviluppata la sequenza di doppie quartine dal titolo Nella pineta che qui riporto per chiudere questa mia breve riflessione:

I.

Ho visto Kaspar vestito di rosso
nella pineta lanciare in cielo
la manna persa dentro la bocca,
e ad ogni passo, sempre più solo,

fra gli alleluia di Norimberga,
danzare il ballo delle baccanti
gridando a tutti: «voglio tornare
assieme agli ufo, vicino al sole».

II.

Ho visto Kaspar vestito di nero
nella pineta prendersi a calci
fra gli alleluia di Norimberga
e le carogne delle baccanti,

il cielo intanto, pieno di sabbia,
si nascondeva dietro le mosche,
mentre gli ufo, per ferragosto,
lo rincorrevano come un topo.

III.

Nella pineta, vicino al mare,
o per le strade di Norimberga,
lo vedi Sasha come si perde
ogni baccante sopra la terra,

nel mentre segue il tuo riflesso
fra gli ufo, in cielo, a ferragosto,
e Kaspar canta con le mosche
fissando il cielo che si disfa.

IV.

Le baccanti vestite di rosso
seppellivano il corpo di Kaspar,
mentre cadevano gli alleluia
giù dalle bocche, nella pineta,

e poi gli ufo facevano festa,
ricoprivano il cielo, la terra,
per portare alla fine la sabbia
sulle labbra del dio delle mosche.

V.

E poi sembrava che fosse fatta,
ogni alleluia sotto la sabbia,
da cancellare, come la manna
che prende fuoco a ferragosto,

o a carnevale, mentre si danza
fra le baccanti fino alla sera,
lasciando Kaspar dopo la festa,
nella pineta, vicino agli ufo.

VI.

Kaspar rimane nella pineta,
come una rondine che non vola,
poi chiude gli occhi, apre la bocca
e si ripete: «io sono solo

la mosca persa dentro la gola
delle baccanti di Norimberga,
la maglia rossa su cui si disfa
una giornata di ferragosto».

The Red Look by Arnold Schoenberg, da Wikimedia Commons