Sulla poesia che cura*
di Adriano Engelbrecht
Quando penso alla parola poetica, mi riferisco alla parola che si dice, che si canta, che si ascolta e che non solo si legge.
Da sempre – nel mio percorso artistico – voce, suono e sonorità sono stati elementi fondanti, costitutivi praticati nell’azione “orante”, “dicente”, parlante, intendendo il Dire come atto.
Atto del Dire. Atto potente, magnifico, incantatorio. Atto che si è sempre situato tra lo scrivere e l’ascoltare, compenetrandosi tutti l’un l’altro.
E questo dire tutto sonoro, corposo, fatto di onde, di energia, di risonanze, di rifrazioni, di riflessi, coinvolge e si rivolge ad una comunità temporanea di astanti in ascolto dirigendo questo “vocare” (letteralmente chiamare, nominare tenendo ben presente la radice “vox” – e le fertili, prolifiche differenti possibili declinazioni che il termine stesso suggerisce) in un’attenzione, in una preziosa e necessaria sollecitudine.
Ovvero a ciò che anticamente in latino si definisce con il termine cura.
Avere cura di questo bene – dire, significa avere cura di chi, questo parlare, lo ascolterà tanto quanto di chi questo bene – dire, lo dirà.
Ritengo anche che questo dire sia già presente nel mio scrivere, come se nei miei versi fosse presente già in sè in sé una sorta di disposizione “orale” e musicale.
Questa disposizione “dicente” – e riporto da qui in poi alcune puntuali riflessioni della poeta Ida Travi – entra come un’eco lontana; anche come – aggiungo io – una memoria tutta sonora/musicale: si tratta di restituire attraverso la voce, “l’uscire” dalla bocca, abbandonando ciò che mano e occhio tengono saldo allo scritto; si tratta di riportare alla voce ciò che inevitabilmente è opera della mano” [1].
In sintonia ancora con quanto afferma Ida Travi: quando ci si riferisce alla disposizione orale, si intende questa come insita nella struttura logica e sintattica del procedimento compositivo: non è oralità il solo leggere ad alta voce un testo. Come non è semplicemente orale il dire una giustapposizione di parole o il ripeterle a voce alta. In alcuni poeti si sente una intenzione vocale a priori. E per questo si avverte che quel testo sembra scritto per essere detto.
Con la trasmissione orale di un testo si tratta di riattivare un nuovo antico sistema di relazione. Per fare di ogni poesia un corpo vivente, bisogna farsi sentire, a suon di voce. Bisogna “ri-sonare”.
Ecco: in questo tipo di poesia, in cui una eco si riverbera – di qualcosa già detto o già scritto (e qui vengono in soccorso le preziose parole della poeta Mariangela Gualtieri: “nella voce fondamenta di antiche biblioteche. E tutti i canti” [2]) – qualcosa si compie, qualcosa accade, fosse anche il verso stesso.
L’accadere. L’accadimento: termine a me caro e parola guida in tanti laboratori teatrali/poetici. Tra “dicente” e “ascoltante”. Qualcosa che si fa e diventa. E lo fa verso un altro essere. Arrivare all’altro attraverso la parola “in-voce”. A scapito, a volte, del senso o del significato stesso della parola.
Abbiamo bisogno di ascolto. Tanto. Fare ascolto indica per me una pratica intesa come atto partecipativo. Atto in cui la condivisione momentanea di una moltitudine di corpi vicini, viene investita da questa onda non solo mediante l’orecchio, ma anche attraverso la pelle, i sensi e gli organi tutti. A rivelare un istante in cui si è di fatto in una comunanza. Insieme. In un legame riconosciuto.
“Come si tengono insieme gli umani dentro il suono delle strane parole” afferma ancora Mariangela Gualtieri [3].
Per questo avere cura del dire è necessario e prezioso tanto quanto scrivere, leggere ascoltare versi.
Soprattutto se questo dire implica, come ho già detto, una condivisione, una comunità.
In questo senso ho inteso il termine cura per un’azione poetica tratta dal mio testo “La Piscina Probatica” – e che ho presentato come azione pubblica in diverse occasioni artistiche.
Le parole del Vangelo di Giovanni (5,2-9) ben definiscono il senso di questa cura:
“… un angelo infatti, in certi momenti, discendeva nella piscina e agitava l’acqua; il primo ad entrarvi dopo l’agitazione dell’acqua guariva da qualsiasi malattia fosse affetto…”
Ecco, la manifestazione dell’angelo e l’agitazione delle acque sono per me l’equivalente della parola poetica “dicente, parlante” attraverso voci, suoni e corpi: parole in cui immergersi che si fanno davvero beneficio, sollecitudine per chi le ascolta ma anche per chi le canta, le dice, appunto, la bene – dice.
Per questo l’atto del dire poetico è un gesto corporeo e fisico. Il dire come atto ha, per esempio, nell’apparato fonatorio e respiratorio la sua caratteristica precipua, ovvero risiede nel nostro corpo fisico e da questo si genera. È un atto che implica il corpo: corpo che tiene e contiene.
Il corpo è dentro la parola, non può non esserci. Afferma ancora Mariangela Gualtieri nel suo “Incanto fonico, l’arte di dire la poesia” (lei che nei suoi riti sonori si cimenta sempre con la voce e la mette in risonanza attraverso la “sacra” tecnologia dell’amplificazione):
“la lingua tocca il palato e stacca, produce suono enorme. Saliva scricchiola. Respiro minimo diviene aria grande che tuona. È corpo che vuole esserci, dentro la parola.” [4]
Propongo alcuni miei versi, tratti da Ubicazione ignota, (Fedelo’s editrice, Parma, 2015):
Vi porgo, a bocconi, uno scabro canto
una durata indistinta di promiscua vicinanza,
una beata rissa d’angioli nella tana di questa bocca,
di parole, una pietanza.
Così la bocca la nostra soglia, il nostro varco. Nostra bocca, mezzo di nutrimento “a scendere, in dentro” ma anche nutrimento altro, concime, fertilità, fecondità, “ad uscire, in fuori”; per mezzo suo anche la voce, insieme ad organi fratelli; verso, canto, suono che emerge, scaturisce e inanella, che tesse e cuce verso altro e verso l’altro. In un accadimento, al di là del verso stesso.
* Questo scritto è parte di un intervento pronunciato in occasione del convegno “Le parole che curano: linguaggio poetico tra cura, cultura e prevenzione” organizzato dall’Azienda Unità Sanitaria Locale Ferrara, Azienda Ospedaliera – Universitaria di Ferrara, il 27 settembre 2024 presso l’Aula Magna Arcispedale di Cona di Ferrara.
Note
[1] Ida Travi, L’aspetto orale della poesia, Moretti & Vitali, Bergamo, 2007, pp. 47-51
[2] Mariangela Gualtieri, L’incanto fonico, Einaudi, Torino, 2022, p. 68
[3] Mariangela Gualtieri, L’incanto fonico, Einaudi, Torino, 2022, p. 7
[4] Mariangela Gualtieri, L’incanto fonico, Einaudi, Torino, 2022, p. 110

