
Kasparhauser ISSN 2282-1031
Contro-poesia
Non si ricorda spesso che la poesia non è, né per genealogia né per teleologia, un genere letterario, anzi non è proprio letteratura e in definitiva non è cultura. La poesia pre esiste e persiste a quel progetto di mondo e a quel progetto di sapere che ha nome cultura, e in cui la parola ha assunto la forma del segno, come funzione di un significare, come spettacolo di un significato. Il rito, il ritmo, la danza, il sacrum-facere: tante cose che non possono più avere luogo nelle nostre parole, e ancora meno nelle parole digitali, sono ciò che accade quando la poesia ha luogo. Bisognerebbe forse ritornare a pensare e a praticare questa estraneità e questa eccedenza, prima che sia assimilata del tutto ai processi della comunicazione, alle lusinghe dell’estetizzazione, alla retorica dei nuovi moralismi, all’intelligenza dei futuri algorismi.

Quando penso alla parola poetica, mi riferisco alla parola che si dice, che si canta, che si ascolta e che non solo si legge. Da sempre voce, suono e sonorità sono stati elementi fondanti, costitutivi praticati nell’azione “orante”, “dicente”, parlante, intendendo il Dire come atto. Atto del Dire. Atto potente, magnifico, incantatorio. Atto che si è sempre situato tra lo scrivere e l’ascoltare, compenetrandosi tutti l’un l’altro.

Che cosa sta accadendo? La poesia, fino a ieri cenerentola dell’industria culturale contemporanea, è forse pronta a essere incoronata dal principe dell’estetizzazione? Una semplice estensione alla poesia odierna delle tesi di Franco Fortini sul surrealismo di massa gestito da televisione e nuovi media – una sorta di avanguardia per tutti che utilizzerebbe parassitariamente le tecniche della finzione letteraria neutralizzandone il potenziale dirompente – è una strategia interpretativa esposta però a notevoli rischi.

La Heim della poesia a mio avviso infatti si trova sotto le acque straniere dell’oceano alieno e bambino intorno a cui Lem ha costruito il suo Solaris. In definitiva Il dio di Norimberga vorrebbe essere una ricerca in qualche modo legata al senso di panico come fondamento ancestrale del segno e dell’umano. Allo stesso tempo in poesia mi pare che mai tutto torni secondo progetti, disegni precisi. Un libro deve portare e portarsi fuori orbita, mettersi da solo in discussione, rovesciarsi.
