Il faut apprendre […] à se faire une âme de scarabée…Nell’occhio-sepolcro di Monsieur Poldonski
È chiaramente un’esperienza ai limiti dell’umano quella narrata da Spitz. Il deperimento improvviso e irreversibile dell’universo – che marcisce nelle proprie singole membra come un corpo affetto dall’inesauribile propagarsi in esso di cacrenose fungazioni saprofite – diventa poco a poco uno spettacolo tanto agghiacciante quanto irresistibile per Poldonski. Posseduto in maniera quasi monomaniacale da una sorta di incontenibile cupio dissolvi travagliata da una sensibilità densamente fenomenologica, l’artista sviluppa una spontanea e spietata scopofilia mortuaria a cui egli stesso non riesce più a porre un margine di contenimento. Dinanzi a lui fragilissimi crani lisci e giallastri si disgregano da un momento all’altro senza una causa effettiva, tibie e casse toraciche appaiono sospesi all’interno dei lunghi tunnel della metropolitana ridotta a desolati intrecci di caverne risalenti ad una postulatoria preistoria tecno-industriale, orbite cave scrutano il cielo trasformato in una stinta superficie biancastra sempre uguale a se stessa...



